Un’agenda per la crescita
Per la crescita non ci sono scorciatoie. Occorre intraprendere il cammino al più presto e in modo che il percorso sia chiaramente visibile. Serve dunque una vera, scadenzata e dettagliata agenda pro crescita. Il primo passo è quello della trasmissione alle imprese di una quota dei prestiti che le banche hanno ricevuto dalla Bce. I prestiti avevano tre scopi. Leggi La crescita che non c’è frena l’azione dei prof.

Per la crescita non ci sono scorciatoie. Occorre intraprendere il cammino al più presto e in modo che il percorso sia chiaramente visibile. Serve dunque una vera, scadenzata e dettagliata agenda pro crescita.
Il primo passo è quello della trasmissione alle imprese di una quota dei prestiti che le banche hanno ricevuto dalla Bce. I prestiti avevano tre scopi: quello di ridare liquidità al mercato interbancario; quello di rinsanguare il mercato secondario del debito pubblico a breve-medio termine e di sorreggere così, indirettamente, anche quello a medio-lungo termine; e quello di ridare credito all’economia, che stava subendo un vero e proprio credit crunch.
Finora le banche si sono abbeverate per il primo e per il secondo obiettivo. Ora dovrebbero operare per il terzo, mediante la messa a disposizione delle imprese di 25 miliardi annui, di cui 5 quest’anno e altri 20 per tre anni mediante il rifinanziamento da parte dello stato del Fondo di garanzia.
Sul lato del credito all’economia, ci dovrebbe essere lo sblocco di altri dieci miliardi di crediti che le imprese vantano nei confronti della Pubblica amministrazione, con strumenti di vario genere. Il passo più importante, per i possibili effetti sulla domanda, è però lo sblocco degli investimenti in opere pubbliche. Dovrebbe riguardare lavori per 22 miliardi, per un centinaio di infrastrutture. E’ essenziale che questo programma sia reso noto e sia ulteriormente accresciuto, per controbilanciare il più possibile l’effetto deflazionista della riduzione del deficit di bilancio.
Nel medio termine, la crescita dipende dalla liberazione delle forze del mercato. In parte dovrebbe essere attuata con le liberalizzazioni, in particolare delle reti, in parte con la riforma del lavoro aumentando le libertà di uscita senza ridurre quelle di entrata e di contratto, valorizzando la contrattazione decentrata orientata alla produttività. Ciò riguarda il Parlamento per il disegno di legge sul lavoro, ma anche la Confindustria cui spetterebbe il compito di far rivivere l’articolo 8 del decreto di agosto sterilizzato nell’autunno perché il presidente uscente Emma Marcegaglia preferì un’intesa al ribasso con la Cgil di Susanna Camusso. Last but not least: la pressione fiscale. E’ dimostrato che le alte imposte frenano la crescita.
Il primo passo è quello della trasmissione alle imprese di una quota dei prestiti che le banche hanno ricevuto dalla Bce. I prestiti avevano tre scopi: quello di ridare liquidità al mercato interbancario; quello di rinsanguare il mercato secondario del debito pubblico a breve-medio termine e di sorreggere così, indirettamente, anche quello a medio-lungo termine; e quello di ridare credito all’economia, che stava subendo un vero e proprio credit crunch.
Finora le banche si sono abbeverate per il primo e per il secondo obiettivo. Ora dovrebbero operare per il terzo, mediante la messa a disposizione delle imprese di 25 miliardi annui, di cui 5 quest’anno e altri 20 per tre anni mediante il rifinanziamento da parte dello stato del Fondo di garanzia.
Sul lato del credito all’economia, ci dovrebbe essere lo sblocco di altri dieci miliardi di crediti che le imprese vantano nei confronti della Pubblica amministrazione, con strumenti di vario genere. Il passo più importante, per i possibili effetti sulla domanda, è però lo sblocco degli investimenti in opere pubbliche. Dovrebbe riguardare lavori per 22 miliardi, per un centinaio di infrastrutture. E’ essenziale che questo programma sia reso noto e sia ulteriormente accresciuto, per controbilanciare il più possibile l’effetto deflazionista della riduzione del deficit di bilancio.
Nel medio termine, la crescita dipende dalla liberazione delle forze del mercato. In parte dovrebbe essere attuata con le liberalizzazioni, in particolare delle reti, in parte con la riforma del lavoro aumentando le libertà di uscita senza ridurre quelle di entrata e di contratto, valorizzando la contrattazione decentrata orientata alla produttività. Ciò riguarda il Parlamento per il disegno di legge sul lavoro, ma anche la Confindustria cui spetterebbe il compito di far rivivere l’articolo 8 del decreto di agosto sterilizzato nell’autunno perché il presidente uscente Emma Marcegaglia preferì un’intesa al ribasso con la Cgil di Susanna Camusso. Last but not least: la pressione fiscale. E’ dimostrato che le alte imposte frenano la crescita.